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Un racconto natalizio della scrittrice Maria Jatosti

Maria Jatosti, scrittrice e poeta, anche quest’anno ha fatto dono ai nostri lettori di un racconto di Natale. Protagonista, come negli anni precedenti, è la figura di Giovannino, che nel frattempo è cresciuto ovviamente in età e in responsabilità. Ora è un bel giovanotto alla ricerca di lavoro, che però si deve accontentare di qualche giornata e in ogni caso di incarichi precari e aleatori. Ma Giovannino insiste, ha fiducia in se stesso, crede nella lotta per un mondo migliore che dipenderà anche da lui, dalla sua tenacia.
Maria ha trascorso la gioventù nel nostro quartiere al quale è legata in forma quasi viscerale. Abitava con la famiglia in piazza Oderico da Pordenone. Qui ha fatto le prime solide amicizie, qui le prime esperienze politiche nella storica Villetta: una esaltante eredità dalla quale è impossibile discostarsi. Figlia di un maestro elementare, perseguitato politico antifascista, privato del lavoro e condannato con la famiglia al confino di polizia, ha gratificato la memoria del padre col suo primo romanzo, appunto “Il confinato” , recentemente rieditato, al quale sono seguite molte altre opere di prosa (romanzi e racconti) e di poesia. Si è occupata anche di letteratura infantile, è inoltre una nota traduttrice e soprattutto una infaticabile operatrice culturale. Il romanzo dedicato al padre sarebbe un’ottima lettura soprattutto per i giovani che sanno poco, troppo poco del fascismo, nel momento che qua e là nel mondo e anche in Italia assistiamo a preoccupanti rigurgiti. (C.B.)

 

Frohe Weihnachten,
Buon Natale

di Maria Jatosti

Qui per la padrona di casa, Frau Brigitte, sono Johann, tutti gli altri chi mi chiama Jonas chi Hans chi Ivan o Jan. Latif, il grosso turco di “Pizza Napoli” dove lavoro da più di un anno, mi dice Yahya. L’unica che si sforza di chiamarmi Giovannino è Marike. I nomi delle donne in questo paese finiscono tutti con la e: Beate, Annette, Clementine, Else, Berte. Se cambi la e finale e con la a sono uguali ai nostri… Marike è la ragazza del selfy sulla torre dell’Olympiapark . Una specie di pinnacolo alto 300 metri, sempre illuminato che lo vedi da ogni punto in cui ti trovi e che, se non soffri di vertigini e ci sali fino in cima, ti permette di vedere tutta la città e perfino le Alpi… Qualche volta la domenica con Marike andiamo a bere una birra nel quartiere antico, oppure in centro a sentire il carillon che suona dal campanile del municipio. Lì davanti, nella piazza, hanno alzato un albero di Natale. È enorme e scintilla tutto d’oro Che nostalgia i nostri alberelli di plastica! Le tue palline, i festoni, il babbo ritto sulla sedia che infila il puntale con la stella, mentre io attacco le lucine che nel buio si accen-dono e smorzano di colori e mettono tanta allegria nel cuore.

Però, l’ultimo Natale, niente allegria. Non posso ricordarlo senza sentire un groppo alla gola. Il regalo per nonna Maria sotto l’albero stavolta non c’era. Grande nonna Maria, se n’era andata da poco, piano piano, senza rumore. Né lacrime né fiori, diceva. Piangeva quand’era felice e se ne rideva delle difficoltà. Vai vai col vento Giovannino, mi salutava dalla finestra. Vai, non ti fermare. La vita è là davanti, acciuffala per i capelli…
Mi manca tanto. E Puccio, come sta? È invecchiato? Ingrassato? Chi lo porta fuori a correre? Dove gli hai acconciato la cuccia ora che la mia cameretta, mi dici, è occupata dall’ucraina che lava le scale insieme a te? Com’è, giovane? simpatica? Anche qui ci sono parecchie ragazze che vengono dall’Est. 
Corrono da un posto all’altro facendo i mestieri più umili per mandare i soldi a casa dove la miseria è tanta e la ricchezza più sfrenata è di pochi. Quel breve periodo che ci sono stato prima di venire qui, mi è bastato per vedere come sono finite le cose da quelle parti. Da quando il sole dell’avvenire è tramontato sono sorti i guai.
Anche qui non tira una buona aria, ma  se sgobbi sodo e non fai storie te la cavi abbastanza bene. Io mi accontento. Il lavoro mi piace, sono nel mio.
Se penso a tutte le pizze che ho consegnato quando filavo fischiettando per le vie del quartiere, in bicicletta o in motorino…
A proposito, dov’è finito? In cantina sfasciato e arrugginito? La prima volta che vengo a casa voglio rimetterlo in sesto. Ne ha fatta di strada! Prima con quello spilungone di Lucas che rideva come un salvadanaio con quel lampo dei dentoni sul nero della faccia… Lo vedi mai? Ti viene a trovare qualche volta? Ti chiede di me? È scomparso, neanche un messaggino, brutto muso nero.
Quante corse e quante risate! Tieniti forte Giò, si vola! E via d’un balzo, un’impennata, di corsa tra  bozzi fosse e bu-che e clacson stizzosi e madonne fino al ronfo e al borbottio sornione della resa sul più bello e addio! lemme lemme a fette col sole o con la neve… Le volte che siamo rimasti a piedi! Bei ricordi. Qui le pizze non le consegno, le servo a tavola ai clienti e da un po’ di tempo metto anche le mani in pasta. Dicono che le mie pizze sono le migliori.
Bravo, Jonas! e crescono i clienti.
Iyisin Yahya, iyisin! gongola Latif alla cassa. Con l’anno nuovo mi ha promesso un aumento, ma io confido nelle mance, anche se qui abbondano meno che da noi. Ti ricordi quando per comprarmi il motorino usato nascondevo il gruzzolo nella scatola di latta, dentro il cassetto del comò? Alla fine l’avevo racconciato che sembrava quasi nuovo… Sì, voglio dargli un’occhiata quando vengo a casa. Passate le feste, prima non si può, purtroppo. Bisogna sfruttare l’ondata natalizia, dice Latif.
Ha ragione. Piccolo com’è, questi giorni il locale si inzeppa come un uovo, con la gente che aspetta il turno. Viene Marike a darmi una mano a servire, e siccome è bella come il sole, rimedia parecchie mance. Questi lavori saltuari Marike li fa mentre studia per essere indipendente dai suoi che, da quanto ho capito, devono essere dei tipi piuttosto rigidi. So che non vedono di buon occhio che stia con un migrato, anche se italiano, grazie al cielo non musli.
Come molti giovani, soprattutto studenti, si accontenta di impieghi part time, che si trovano facilmente.
Precari, in nero, naturalmente, come da noi, solo un po’ meglio pagati e in qualche modo tutelati, diciamo un po’ meno sfruttati. Se penso alle peripezie degli ultimi anni, a improvvisare un lavoro dopo l’altro per una miseria, senza speranza, senza dignità…
Non era vita… Quando le cose poi precipitarono con il pestaggio del povero Kemal e l’incendio mafioso del magazzino dove mi rompevo la schiena a caricare e scaricare casse di non so cosa, capii che quello non era più il mio paese e come gli eserciti di morti di fame e di paura che vengono da ogni parte a barattare la vita con un sogno, mi misi anch’io in marcia…
Aveva un bel predicare il babbo come un disco rotto che scappare è da vigliacchi, che è dove si è nati che bisogna restare e lottare e non perdere mai la speranza: ormai ero deciso. Povero babbo, un giorno si e dieci no, al freddo e al caldo, col sole cocente, col vento e con la pioggia, sulle impalcature a tirar su case su case, scale su scale per quelle come te armate di scopettone secchio e cencio… Povero babbo, ogni anno più stracco, più vecchio e più perso di coraggio e di illusioni. Lui che voleva cambiare le cose…! Non dimentico i suoi insegnamenti, il mio quadernetto delle parole difficili e lui che mi spiegava, mi indottrinava… Tutti insieme, uniti, ce la possiamo fare, diceva… Ricordo vivamente un ventiquattro di dicembre di tanti anni fa… Fin dal pomeriggio, il piazzale della fabbrica occupata aveva cominciato a popolarsi. Venivano da tutta la città. Quelli del terzo canale Tv giravano tra la gente con la macchina in spalla. C’era un gran freddo.
Avevano acceso dei fuochi dentro grossi fusti, messo insieme cavalletti e lunghe tavole per mangiare… A un certo punto arrivò un furgone, scaricò un gigantesco albero di plastica…
Attorno attorno si ammucchiavano panettoni, fiaschi di vino, pacchi, ma anche coperte e piumini portati dalla gente. Noi piccoli in girotondo cantavamo per fare un albero ci vuole un fiore, le mamme cucinavano a cielo aperto: in enormi paioli neri il sugo borbottava rosso come l’inferno… A buio, il piazzale rigurgitava di folla con striscioni, cartelli, bandiere.
Arrivarono giovani con strumenti e si misero a suonare con tutto il fiato bella ciao. In alto, dal tetto, applaudivano.
Il fiasco passava di mano in mano lesto a sciogliere i rospi nella gola dei vecchi. A mezzanotte qualcuno mi issò sulla tavolata tra piatti e bicchieri sporchi di plastica rossa. Mi teneva il megafono davanti alla bocca: dai leggi la letterina, diceva...
Io, non mi veniva la voce, mi vergognavo…
Giovannino, fatti onore! Gridò il babbo dall’alto della gru.
Allora mi sentii un leone e cominciai a leggere e poi recitai anche la poesia e la gente non smetteva di battere le mani e urlare Bravo, bravo Giovannino! Viva Giovannino! e i giovani di suonare e le ragazze di ballare e i vecchi di bere e le bandiere di schioccare e io avevo il cuore gonfio di orgoglio e di felicità… E il babbo lassù in cima mi sembrò… Un Natale così non l’ho più visto. È tutto cambiato, tutto finito, povero babbo… E io cosa potevo fare? Sto qui e sto bene. Tutto sommato non è una vitaccia. Se lavori e stai tranquillo, se non fai comunella coi migranti o con i turchi, se tieni le distanze e badi agli affari tuoi, nessuno ti rompe le scatole.
Perciò seguo la corrente e vado avanti, un giorno dopo l’altro, senza sogni. Nonna Maria non sarebbe contenta, lo so. Vai vai Giovannino, prenditi la vita, non ti fermare...!
Invece mi sono fermato qui e mi adatto. Ci sarebbe lo scoglio della lingua, ma sto imparando: Frohe Weihnachten und Gutes Neues Jahr, Buon Natale e Felice Anno Nuovo! Ma la gente non sembra felice.
Sembra ottusa, incattivita.
Ha la paura negli occhi. Tutto è successo dopo quell’amaro giorno dell’anno scorso, che per un pelo Marike e io non ci siamo trovati in mezzo alla tragedia… Eravamo lì, in centro, non lontano dal locale, quando sentimmo i botti e vedemmo attorno a noi gente fuggire cadere gridare… e qualcuno in cima a un tetto di fronte sparare… Era fine luglio e faceva un caldo fuliggi-noso, l’aria era sporca, acida… Chi se li scorda quei momenti: quei dieci morti sull’asfalto… e quei feriti, tanti giovani come quello lassù: straniero, diciott’anni, si seppe più tardi… Prima Berlino, ora tocca a noi, dice la gente terrorizzata. Brutta aria, brutti tempi. Ma io sto bene, non preoccuparti. Vado d’accordo con tutti, ho qualche amico, oltre a Latif che grazie a me sta imparando a fare la pizza come si deve. E gongola perché gli affari vanno a gonfie vele. Tu good freund sonu up do tu no mosli, dice nella sua lingua pasticciata, un giorno mein freund, diventiamo soci e questo posto volerà alle stelle.
Amici per sempre, fino alla fine, mi ripete, ma io non credo che io e Latif diventeremo mai soci. Il futuro è molto confuso, Marike ed io non facciamo progetti, stiamo bene così.
Sono la tua freundin, la tua amica, la tua compagna, domani, morgen, chissà, dice lei sorridendo. E io le canticchio quella canzone che andava di moda parecchi anni fa in Tv, te la ricordi? Domani è un altro giorno, si vedrà… Qui la Tv c’è dap-pertutto, anche nelle baracche. Ma da Frau Brigitte non c’è, e allora qualche volta vado dagli amici italiani.
Guardiamo le partite. Il mio tifo è mutuato dall’amore del babbo per la grande Roma di Totti, in realtà ho grandi simpatie per il Napoli e grandi antipatie po-litiche per il Milan, che pare  non stia troppo bene in salute.
Evito di vedere la pubblicità e i servizi che parlano di Natale per non soffocare di nostalgia. Avrei tanta voglia di par-tire, ma sono giorni d’oro, Yahya, non puoi lasciarmi nei guai. A casa ci andrai dopo, te lo prometto, magari alla Befana. Io chino il capo, metto le mani in pasta, affetto la mozzarella, il pomodoro, fischietto Stille Nacht, Heilige Nacht Durch der Engel Halleluja! guardo Marike sgattaiolare svelta tra i tavoli e aspetto…
Buon Natale, mamma.
Monaco di Baviera, Dicembre 2017

Copyright  tutti i diritti riservati - Cara Garbatella Anno 13 - dicembre 2017

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